Nel cuore più autentico del Piemonte, lì dove il fiume Tanaro disegna confini naturali e culturali, sorge Santo Stefano Belbo. Un borgo storico immerso tra colline impervie, dove la viticoltura non è solo attività economica, ma tradizione scolpita nel paesaggio e nell’identità della gente. Qui, tra le Langhe e il Monferrato, si estendono vigneti storici di Moscato custodi di un sapere antico; è in questo scenario che ha preso forma la storia della famiglia Forno e quella più recente di Margherita.

Le radici della famiglia affondano nel XVII secolo, ma la prima traccia tangibile della loro vocazione vinicola risale agli anni quaranta del secolo scorso, quando Pietro Forno, bisnonno di Margherita, iniziò a produrre ed imbottigliare vino Moscato. Un’eredità questa che ha attraversato le generazioni: furono poi i figli Natalino e Luigi a modernizzare l’azienda nei decenni successivi dotandola di mezzi all’avanguardia e ampliando per gradi le proprietà vitate. In questo senso cruciale fu l’acquisto della Tenuta del Fant a Calosso che ancora oggi rappresenta il cuore produttivo della cantina. Testimone ora raccolto dai fratelli Giorgio (padre di Margherita), Fabrizio e Adriano, l’attuale generazione alla guida, che tra passione e grandi sacrifici ha traghettato l’azienda con visione e coraggio fino ai giorni nostri.
All’interno della famiglia Margherita rappresenta la nuova generazione, quella che unisce preparazione tecnica e un fortissimo legame con le origini; da sempre in azienda vi lavora ufficialmente da due anni con il ruolo di enologa, un percorso che la vede in prima linea con il padre Giorgio ed i cugini Arianna e Matteo, un contesto familiare coeso dove con pazienza ha saputo trovare il proprio spazio portando uno sguardo nuovo.
Dopo il diploma alla storica Scuola Enologica di Alba Margherita ha proseguito gli studi all’Università di Torino conseguendo la laurea magistrale in Scienze Viticole ed Enologiche; la sua formazione è proseguita poi sul campo con esperienze in Australia, Nuova Zelanda e Oregon, dove ha esplorato modelli diversi e approcci innovativi. Eppure, come spesso avviene è proprio tornando a casa che ha compreso a fondo il valore della sua terra. «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene. Un paese vuol dire non essere soli», scriveva Cesare Pavese, originario anch’egli di Santo Stefano Belbo. Margherita, cresciuta “in cima a un colle vitato” in fondo ha sempre saputo che la sua vita sarebbe stata tra le vigne di casa.

Tra le diverse sfide che Margherita ha deciso di raccogliere con la propria famiglia spicca quella dell’Alta Langa: il primo spumante Metodo Classico del Piemonte, una denominazione nata nel 2001 che si afferma oggi tra i più eleganti riferimenti italiani nel mondo delle bollicine, accanto a Franciacorta, Trento DOC ed Oltrepò Pavese. La sua produzione è regolata da un disciplinare rigoroso: solo uve Chardonnay e Pinot Nero coltivate oltre i 250 metri di altitudine, con rese limitate e lunghi affinamenti sui lieviti. L’Alta Langa non è solo un vino, ma un progetto di qualità collettivo, che coinvolge circa 90 produttori e si radica profondamente nel paesaggio alto collinare del basso Piemonte.
Nel confronto con Franciacorta e Trento DOC, l’Alta Langa propone uno stile più verticale: acidità marcata, note agrumate, sensazioni di crosta di pane e un profilo più essenziale. È uno spumante che riflette le altitudini da cui nasce, senza cercare compromessi, ma con un’identità sempre più riconoscibile tra gli appassionati.
La linea Alta Langa della Tenuta Il Falchetto include tre etichette: il Rosé de Noir (100% Pinot Nero), dal colore cipria e dai profumi di pompelmo e spezie; il Blanc de Blanc Extra Brut (100% Chardonnay), con aromi di frutta bianca, agrumi e una sapidità elegante; e il Blanc de Blanc Riserva, affinato 60 mesi sui lieviti, espressione più profonda e strutturata della gamma. Tutti e tre i vini sono vinificati in purezza.

Dietro a ogni etichetta della cantina c’è un lavoro che richiede passione e visione; in questo contesto Margherita, forte della sua formazione e delle sue esperienze, guarda avanti con determinazione. Nella sua visione le sfide per il futuro saranno legate alla capacità di preservare la tipicità del territorio senza cedere alla standardizzazione e all’evoluzione delle pratiche agronomiche in riferimento al cambiamento climatico in atto (piogge sempre più intense e temperature più elevate). Altro tema cruciale sarà quello della sostenibilità, intesa non solo in chiave ambientale, ma anche economica e sociale; le piccole aziende familiari, come Il Falchetto, dovranno saper coniugare identità e competitività, abbinando tecnologia e tradizione, valorizzando le persone e i saperi locali. Tutte sfide queste che Margherita affronta con la consapevolezza che l’enologia è anche un racconto di comunità: non solo un vino da bere, ma una storia da ascoltare e da tramandare.
“Credo profondamente che il nostro lavoro debba essere guidato dalla passione, dalla responsabilità e da un forte senso di identità.”
Margherita Forno
Quella della Tenuta Il Falchetto è, in fondo, una storia di continuità e rinnovamento. Una storia in cui la figura di Margherita rappresenta un ponte ideale tra le generazioni: porta avanti l’eredità dei suoi predecessori senza rinunciare al proprio sguardo, né alla propria voce. Il suo contributo non è solo tecnico, ma anche culturale: il vino diventa così mezzo per raccontare un paesaggio, una famiglia, una visione del futuro.
Ogni bottiglia racchiude lavoro, sfide e sogni ma, oggi, più che mai, racchiude anche il futuro: quello di una giovane donna che ha deciso di prendersi cura delle sue radici. Margherita Forno non cerca scorciatoie: studia, sperimenta, ascolta e dimostra che tradizione e innovazione possono convivere con naturalezza quando alla base c’è amore per la propria terra.
A questo punto vien da chiedersi… ma cosa sono questi sorì? Si tratta di particolari appezzamenti che si distinguono per una favorevole esposizione al sole, buona ventilazione, particolare altitudine e terreni non troppo evoluti; il termine sorì è la versione dialettale di “solatio” ovvero “esposto al sole”. A Diano d’Alba sono 76 e, dal 2010, possono essere citati in etichetta come MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) in rappresentanza delle colline più vocate di queste terre.
In un mondo del vino che troppo spesso rincorre le mode e numeri, la sua è una voce concreta e ispirata. Il suo percorso è solo all’inizio… e noi la supportiamo.
Post di: Emanuele Ciot
Con questa storia consiglio:
🎵 Harvest Moon – Neil Young
📍 Vigne e dolci pendii di Lovetta, Agliano Terme (Asti)
